“Un grande supermercato della capitale, 20 prodotti ortofrutticoli che insieme rappresentano una distanza di 95000 km dall’Italia. Da un minimo di 600 (le cipolle dall’Austria) ad un massimo di 18000 (i kiwi della Nuova Zelanda)” così Andrea Nesi Presidente di Ecovelaplay, che ha condotto l’indagine, e responsabile ambiente di AICS

“Si dirà che 600 km non sono poi molti, ma in Italia abbiamo bisogno delle cipolle austriache? Abbiamo bisogno dei peperoni, dell’aglio, dei limoni e dell’insalata iceberg spagnoli, dei carciofi francesi, dei pomodori olandesi o belgi? Attenzione non sono delle specialità, delle tipicità, che potrebbero avere anche un senso come avviene per le nostre eccellenze, parliamo di prodotti standard (i limoni tra l’altro trattati in modo da avere la buccia non edibile, chissà in quanti leggeranno l’etichetta…..)” continua Nesi

“Una logica commerciale di certo c’è. Altrimenti i melograni di Israele, i kiwi della Nuova Zelanda e del Cile, le arance del Sudafrica (no comment!!!), il lime del Perù, il mango del Brasile, non stazionerebbero nei reparti di ortofrutta. Ma noi ci rivolgiamo ai consumatori italiani. Devono sapere che oltre al pesante costo ambientale dovuto ai trasporti (che per molti risulta ancora di difficile comprensione), c’è un costo legato alle ricadute negative sul mercato interno ed in qualche misura sul mercato del lavoro. Mentre seguire la stagionalità dei prodotti consente di mettere fuori gioco prodotti extracontinentali in favore dei prodotti italiani di stagione e, per quelli di Paesi con clima simile, come ad esempio la Spagna, basterà comunque leggere le etichette per privilegiare il prodotto nazionale. Per il consumatore passare dal ruolo di vittima a quello di complice non è difficile, svegliamoci!” conclude Nesi