«No agli Ogm». Allo studio delle Regioni un dossier con le “Linee guida sulla coesistenza” delle colture

Da Bolzano alla Sardegna: undici regioni italiane e una provincia autonoma aderiscono all’European network Ogm-free: sono Alto Adige-Sà¼dtirol, Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana e Umbria.

A queste si aggiungono le amministrazioni che, pure in assenza (per ora) di specifiche prese di posizione in merito, si sono espresse con chiarezza contro le colture geneticamente modificate. Come la Campania, in cui hanno adottato formali delibere Ogm free tutte le 5 Province, 182 Comuni e 7 Comunità  montane. O il Friuli-Venezia Giulia, epicentro della vicenda: qui, a Vivaro (Pordenone), il 9 agosto scorso, 3.500 metri coltivati a mais sono stati distrutti in un blitz organizzato da 60 giovani dei centri sociali del Nord-Est. Ieri il ministro per le Politiche agricole Giancarlo Galan ha confermato che «a giorni si avranno i risultati delle analisi relative alla presenza o meno di Ogm nei terreni di Giorgio Fidenato e in quelli confinanti. Le analisi sono state affidate all’Ersa, l’Agenzia regionale per lo sviluppo rurale, alle dipendenze della Regione Friuli».
«Solo la chiusura di Ferragosto ci ha impedito di presentare agli uffici regionali un progetto di legge, ma a settembre saremo pronti – spiega Danilo Narduzzi, capogruppo Lega Nord ed ex assessore all’Agricoltura -. Già  sette anni fa avevamo fatto un accordo allargato alla Carinzia per la tutela delle colture tradizionali, ora si tratta solo di riprendere il discorso». Lo stesso colore politico – il verde Lega – accomuna l’assessorato friulano, retto da Claudio Violino, e quello veneto, guidato da Franco Manzato. «Confermo che il Veneto della qualità , della tipicità  e del valore aggiunto nella biodiversità  sceglie di essere Ogm-free; di questo faremo un elemento di ulteriore valorizzazione per vendere l’ottimo Made in Veneto e incrementare il reddito delle nostre imprese».

Il Veneto ha il maggior numero fra le 132 Dop e le 78 Igp che vedono l’Italia primeggiare in Europa: un giro d’affari valutato in 5,2 miliardi alla produzione, che diventano 9,2 miliardi al consumo (un miliardo è l’export).

«Attualmente – precisa Giuseppe Blasi, direttore generale Competitività  per lo sviluppo rurale del Ministero delle Politiche agricole – in Italia le coltivazioni Ogm non sono vietate, ma subordinate all’autorizzazione di tre ministeri (Agricoltura, Salute e Ambiente) previo parere della commissione tecnica per i prodotti geneticamente modificati, composta da cinque esperti regionali designati dalla conferenza Stato-Regioni». La commissione sta esamindando numerose richieste di coltivazione di mais Ogm, presentate da circa 350 agricoltori e anche da multinazionali: «In mancanza delle linee guida sulla coesistenza, l’attuale impianto normativo inizia a mostrare le sue lacune. Ne risultano indebolite tutte le posizioni, sia di chi chiede il via libera alle nuove colture, sia di chi le rifiuta – spiega Blasi -. Dopo il richiamo del ministro Galan alla responsabilità  delle regioni, gli assessori all’Agricoltura si sono dati appuntamento per il 14 settembre, per istruire il dossier “Linee guida sulla coesistenza” e inviarlo alla prima riunione utile della Conferenza Stato-Regioni. Una volta approvate, le linee guida dovranno essere recepite dalle singole regioni con proprie leggi. E queste ultime non potranno non tenere conto di un quadro normativo destinato a mutare profondamente, anche alla luce delle nuove iniziative assunte dalla Commissione Ue, che ha aperto alla libera determinazione degli Stati in tema di organismi geneticamente modificati».

Formalmente anche il Piemonte non esclude l’avvio di «iniziative per valutare l’effettivo impatto degli Ogm», ma in realtà  l’assessore regionale all’Agricoltura, Claudio Sacchetto, resta contrario alle colture Ogm sul territorio subalpino: «Non intendiamo snaturare la nostra produzione. Ci sono state aziende che hanno chiesto un approfondimento del tema. E lo faremo, perchè tutto ciò che può portare vantaggi economici all’agricoltura va valutato». Una posizione non dissimile da quella della Valle d’Aosta. L’assessore all’Agricoltura della Vallèe, Giuseppe Isabellon, ricorda che «la tendenza a lungo termine dell’agricoltura valdostana è di indirizzarsi sempre più verso un modello basato sul rispetto ambientale. Risulta quasi impossibile suddividere i campi valdostani in aree omogenee da destinare alla coesistenza tra diverse agricoltura». Già  nel 2005, la Vallèe aveva dichiarato incompatibile la coesistenza. Ora si sta valutando se rivedere l’impossibilità  della coesistenza, ma la tutela delle aree protette porta ad escludere un cambiamento di direzione.