La genetica ci sfamerà  – Non gli OGM

di Daniela Minerva e Elisabetta Tola (21 marzo 2011)

Dal riso al latte
Ma, attenzione, non stiamo parlando, in questo caso, di Ogm: la genomica infatti usa le informazioni contenute nelle sequenze del Dna non per trasferire geni da una pianta all’altra (e modificare geneticamente il vegetale), ma per indirizzare in modo più preciso le tecniche tradizionali di incrocio e di miglioramento genetico. In sintesi: i tratti di Dna dove si trovano le differenze tra una varietà  e un’altra possono essere utilizzati come marcatori, molto utili per analizzare velocemente la progenie di un incrocio, vedere se contiene la sequenza giusta e quindi se ha il carattere desiderato. A Lodi, questa tecnologia è stata utilizzata proprio sul riso, quello italiano. “Il 2008 è stato un brutto anno per il nostro riso,” spiega ancora Ederle: “Il 40 per cento della produzione del Nord Italia è stata rovinata da un fungo, il brusone. I nostri genetisti hanno studiato 90 varietà  locali e identificato 12 geni che rendono le piante resistenti al fungo. Adesso, stiamo lavorando in campo, incrociando tra loro le varietà  più resistenti”.

Qualcosa di simile si fa anche negli allevamenti di bovini da latte. Finora la selezione è stata orientata alla produttività : la frisona, per esempio, è arrivata a dare, in media, anche 60 litri di latte al giorno, senza però tenere in conto altri fattori del benessere animale, come la fertilità , la longevità . Il progetto Prozoo, promosso dallo stesso Parco di Lodi, a tal fine ha prodotto un chip capace di leggere fino a 54 mila piccole differenze nel Dna di migliaia di animali messi a confronto per selezionare quelli più adatti alla riproduzione. L’obiettivo non è più quello di selezionare animali capaci di produrre enormi quantità  di latte, ma quello di migliorare il ciclo intero di vita del bovino, garantendone la produttività  a lungo termine. Advertisement

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Ma se questo ha un senso nei paesi delle quote-latte, le cose cambiano dove il problema è l’opposto e anche piccoli incrementi di produzione possono fare la differenza. Qui cambia l’obiettivo, ma non la tecnologia di selezione degli animali. “In un nostro progetto di cooperazione in Perù abbiamo aumentato la produzione di latte di una razza autoctona da 1,5 litri al giorno a 10, utilizzando il seme di razze italiane non particolarmente produttive, ma molto rustiche”, annota Ederle: “Cosଠabbiamo garantito l’autosufficienza nella produzione lattiero-casearia per un’intera comunità  e lo sviluppo di nuove attività , come la produzione di formaggio”.

L’ogm ha fatto flop

L’obiettivo di queste innovazioni è quello di migliorare colture e razze animali senza mettere le mani del loro genoma. Insomma, senza fare ricorso alla modificazione genetica. Infatti, se da un lato da anni i grandi sostenitori di questa tecnologia ritengono che solo gli Ogm possono salvare il mondo dalla fame, dall’altro sul mercato, a oggi, gli organismi geneticamente modificati sono davvero pochi e quelli presenti sono più interessanti dal punto di vista economico che non sotto il profilo nutrizionale.
E il fatto che l’opinione pubblica diffidi, non è un ostacolo indifferente. Perchè ha fatto sଠche i controlli sui prodotti Gm siano molto serrati. Risultato: alcuni degli Ogm potenzialmente interessanti sotto il profilo alimentare sono ancora in fase di collaudo. Il famoso riso Golden, per esempio, arricchito di vitamina A, non viene ancora coltivato. “Ci sono voluti 11 anni per avere l’approvazione”, spiega Piero Morandini, fisiologo vegetale all’Università  di Milano: “Ma l’iter non è ancora completo. La regolamentazione sugli Ogm è talmente stringente e il processo, di conseguenza, cosଠcostoso che ben pochi prodotti riescono effettivamente ad arrivare al mercato. E per un ente pubblico è quasi impossibile farcela”.

Questo è accaduto per la cassava, una delle fonti di carboidrati più usate in Africa, povera di proteine: inserendo geni del fagiolo e del mais, i ricercatori del Danforth Plant Science Center di St. Louis hanno ottenuto una varietà  dieci volte più ricca di proteine, ma per arrivare al mercato hanno dovuto fare un accordo con la multinazionale Dow AgroScience. In cerca di un produttore miliardario è, invece, un’altra scoperta affascinante: l’hanno fatta i ricercatori dell’Università  del Texas che hanno reso commestibile il cotone grazie all’eliminazione di una sostanza tossica dai semi. “Potrebbe costituire una fonte di proteina per molta gente,” chiosa Morandini.